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martedì 2 marzo 2010

SOGNA PURE LO SHOW BIZ, MA PROCURATI UN AVVOCATO


Questo il succo di un recente articolo apparso sull'Orlando Sentinel, che illustra il trend attuale dello show biz americano. E si sa che, prima o poi, tutto ciò che accade in America accade anche da noi in Europa...

La testata rivela che nel Paese a stelle e strisce si registra ovunque un aumento delle iscrizioni alle scuole per aspiranti sceneggiatori, registi, romanzieri, musicisti... Ma quando si tratta di presentare una sceneggiatura, o di inviare un manoscritto o un demo, ecco che iniziano i problemi. E per risolverli, non c'è nulla di meglio della figura dell'avvocato dello spettacolo, l'entertainment laywer.

Gli artisti, infatti, sono quasi sempre ignari dei rischi strettamente legati al 'business' e tendono a concentrarsi unicamente sulla propria opera, realizzando con sopresa, spesso dopo essere rimasti coinvolti in una vertenza legale, che la creatività e l'Arte oggigiorno vanno a braccetto con molti altri fattori. I rischi di accuse di violazione del marchio o del diritto d'autore sono così dietro l'angolo. Un problema incrementato anche dalle nuove tecnologie e dall'uso di Internet: non si contano, ad esempio, i ragazzi che mettono su Facebook una pagina relativa alla propria band, senza aver prima investigato se quel nome sia già stato adottato.

Oppure, i problemi possono sorgere in fase di cessione di diritti alle case editrici, cinematografiche o discografiche e dunque prima di firmarne i contratti, una controllatina con un esperto sarebbe un'ottima cosa, per non rischiare di legarsi mani e piedi a doppia mandata.

Dal canto loro, queste ultime cercano di tutelarsi preventivamente contro il problema inverso, chiedendo all'artista che propone il suo lavoro di firmare un accordo in cui si garantisce che se la major sta già lavorando a un progetto simile, l'artista rinuncia al diritto di citarla reclamando l'eventuale furto dei propri, analoghi contenuti.

Gli esempi concreti dei pasticci che possono crearsi non si contano: in campo musicale una causa recente è quella che ha visto protagonisti i Men at Work, pop band degli anni Ottanta che molti ricorderanno. I musicisti sono stati citati, e condannati, per aver plagiato una vecchia canzone australiana, la cui linea melodica è finita nel pezzo di flauto della famosa e accattivante canzone Down Under.

Nel mondo dei libri, Dan Brown (Il Codice Da Vinci), Stephenie Meyer (Twiight) o, in Europa, J.K. Rowling (Harry Potter), sono solo alcuni dei nomi che si possono fare e che si trovano alle prese con citazioni, un giorno sì e l'altro pure, da parte di perfetti sconosciuti che il più delle volte cercano di rosicchiare una fetta della gigantesca torta con espedienti patetici, quando non addirittura truffaldini.

E quando le richieste non arrivano da terzi, spesso sono i collaboratori, o gli ex collaboratori, a citare l'artista. Il caso più frequente è quello in cui non si stabiliscono dall'inizio i confini compositivi, col risultato che, se una canzone ha successo, ecco la lotta intestina per stabilire chi l'ha effettivamente scritta, quando nei credits era stata attribuita a un'intera band o a un intero team per il semplice quieto vivere di tutti gli ego coinvolti.

Spesso l'avvocato dello spettacolo finisce per operare addirittura come un agente, perché oltre all'esperienza che quest'ultimo può vantare una conoscenza molto più approfondita della materia legale e alcuni artisti rinunciano alla prima figura ma non rinunciano alla seconda.

(Bartolo da Sassoferrato)

domenica 15 novembre 2009

VOSTRO ONORE, LEI NON PUO’ ‘TWITTARE’!



Mentre in USA sempre più giudici guardano con favore all’uso di Twitter in aula, la vecchia Albione va in controtendenza.
La BBC riporta infatti la notizia di un magistrate, Steve Molyneux, costretto a presentare le dimissioni, a seguito di formale lagnanza da parte di un collega, per aver usato Twitter messaggiando a proposito di alcune cause trattate dalla corte della cittadina di Telford, nel Shropshire.

Molyneux, che esercita da ben sedici anni, si difende sostenendo di non aver compiuto alcun illecito e di non aver arrecato pregiudizio alle cause in esame, in quanto l’oggetto dei suoi tweet verteva su argomenti già resi di pubblici in corso di udienza.

Le motivazioni del suo gesto sarebbero unicamente dettate dalla volontà di rendere trasparente il sistema giudiziario. In quest’ottica, i suoi tweet sarebbero un servizio alla comunità, la quale, del resto, avrebbe letto le stesse cose attraverso l’edizione serale del quotidiano locale.

In Gran Bretagna, le magistrates court sono le corti penali di grado inferiore formate solitamente da tre magistrati. Sono molto efficienti, perché esauriscono il 95% del contenzioso, garantendo l’ordine sociale delle comunità cittadine. Hanno anche una limitata competenza civile su alcune dispute in materia di diritto di famiglia, sulle scommesse e i giochi d’azzardo e sulla regolazione delle licenze per la vendita di bevande alcoliche.

(Bartolo da Sassoferrato)

giovedì 12 novembre 2009

L'AVVOCATO DA REMOTO


L'idea è venuta a un'avvocatessa di S.Francisco, Andrea Chavez.

Si tratta di uno studio legale - il Virtual Law Partners - i cui membri, organizzati in rete, operano tutti da remoto, grazie a device fissi e mobili che sfruttano la tecnologia più avanzata oggi a disposizione.

Intuibile il formidabile abbattimento dei costi di gestione e le potenzialità del cosidetto time-management a disposizione del singolo.
Ma l'idea funziona davvero?
Pare proprio di sì: dopo undici mesi di attività, lo studio vanta uno staff di ben quaranta avvocati e l'approccio inizia a essere copiato anche da altri studi americani.

Sino ad ora lo 'studio virtuale' si è occupato di transazioni, ma recentemente è stato aggiunto un esperto in diritto del lavoro, il che significa che c'è volontà, spazio e richiesta per esplorare altri terreni.

Può capitare che, in via straordinaria, si richieda allo staff di riunirsi fisicamente, ma si tratta di un'eccezione che la Chavez è ben lieta di gestire nella propria spaziosa casa nei pressi del quartiere di Haight-Ashbury. Mascotte per tali eccezionali eventi, i suoi due cani Riso e Zorro.

"Posso ricevere chiamate dovunque mi trovi" - dice la Chavez, che quando esce a far passeggiare i cani usa apposite cuffie ricetrasmittenti e la cui giornata lavorativa copre poco più di quella di un impiegato, dalle otto di mattina alle cinque di sera.

Ciò che viene risparmiato in termini di costi gestionali viene suddiviso in benefici fra gli avvocati dello staff, cui è lasciato il 65% del proprio fatturato (con un 20% addizionale nel caso in cui gestiscano un intero progetto)e clienti ai quali si offrono prestazioni a costi competitivi (in alcuni casi pare addirittura dimezzati rispetto alla media) senza che la qualità ne risenta.
Il residuo va allo Studio, mentre i costi di assicurazione vengono ripartiti fra tuttii membri.

Senza trascurare l'ottica di molte società americane, lo Studio promuove anche lo sviluppo di stretti legami umani, oltre che lavorativi, fra i membri dello staff, organizzando all'uopo serate e party con le famiglie.

I risultati parlano da soli: mentre gli altri studi legali americani, complice la crisi mondiale, dal febbraio scorso hanno iniziato a foltire gli organici, il VLP ha raggiunto il più alto fatturato realizzato.

(Bartolo da Sassoferrato)

venerdì 6 novembre 2009

UNA LEGISLAZIONE A MISURA DI INTERNET


La straordinarietà del mezzo Internet ha messo a dura prova i vecchi modelli di business.

Gli altrettanto vecchi modelli legislativi hanno tentato sinora di proteggerli non solo senza peritarsi di capire la natura dell’ ‘avversario’ che si parava loro dinanzi, ma – cosa ben più grave - senza nemmeno chiederselo.

E mentre, in questo solco, Usa ed Europa dibattono sull’efficacia e sulla legittimità della dottrina Sarkozy, che intende imporre la disconnessione forzata e preventiva in capo agli utenti sospettati di file sharing (senza peraltro tenere conto delle fallimentari operazioni figlie di quest’ottica, come hanno dimostrato i processi di sapore maccartista promossi dalla Recording Industry Association of America, che non hanno comunque impattato sul fenomeno), dal lato opposto c’è chi si concentra seriamente sull’altra via possibile: assecondare la tendenza e trarre beneficio anziché contrastarla in modo totalitario (e anche molto velleitario, visti i non-risultati ottenuti).

Così, ad esempio, il Canada commissiona ad un’ università londinese una ricerca, i cui dettagli possono leggersi a questo link, per appurare se il file sharing sia davvero dannoso per le vendite dei cd.
I risultati non sono affatto sorprendenti per chi si è sempre avvicinato alla questione senza pregiudizi (il che esclude naturalmente le etichette discografiche): il file sharing, nel complesso, non solo non danneggia le vendite, ma può anzi incoraggiarle. Una cosa che hanno già capito parecchi musicisti e anche alcuni scrittori, come ad esempio Paulo Coelho, che da tempo offre sul suo blog il download gratuito di alcuni suoi titoli, assicurando come questa pratica abbia innalzato le sue già cospicue vendite.
Da allora Coelho è diventato un sostenitore della libera distribuzione come mezzo per incrementare il commercio di opere.

Ad artisti e imprese tocca dunque la sfida di capire come riconfigurare il proprio modello di pensiero, mutuato da abitudini vecchie di secoli. Pena venire irrimediabilmente travolti dall’inarrestabile nuovo che avanza.

Ai giuristi va invece la sfida, affascinante, di ripensare le leggi (a cominciare da quel pezzo da museo della nostra legge sul diritto d’autore) in modo da riuscire a disciplinarlo senza cercare di strangolarlo (mossa non solo controproducente ma assolutamente senza speranza), bilanciando al contempo i vari diritti in gioco e fronteggiando un mezzo che i padri del nostro diritto non potevano neppure vagheggiare nei loro sogni più temerari.

Allargando lo sguardo oltre le problematiche del file sharing ma dell’intero web, c’è da aggiungere che purtroppo, per quanto riguarda l’Italia, permane su questo tema un atteggiamento dettato da paura e ignoranza del mezzo, che ha portato più volte a tentativi di imbrigliamento disastrosi.

Avvisaglie non certo rassicuranti per il nostro futuro.

(Bartolo da Sassoferrato)

giovedì 17 settembre 2009

COME DIFENDERSI DAL PROPRIO AVVOCATO


Un manifesto di quindici regole, scritte - questo è il bello, o se preferite il paradosso - proprio da un ex avvocato, tale Matthew Homann.

Sono indirizzate ai nostri potenziali clienti e lo scopo è difendersi dalla nostra categoria che, a giudicare dai punti messi in fila dall'ex collega, risponde pienamente a tutti quei cliché che trovano in così tanti personaggi di pellicole hollywoodiane i propri campioni.

Al di là delle facili battute, e di qualche innegabile fondo di verità, leggendo la rassegna viene da chiedersi se siamo effettivamente così, se siamo davvero come ci dipinge la maggioranza dell'iconografia odierna: individui frustrati, attanagliati dalla cronica mancanza di tempo, stressati dalle scadenze e profondamente assetati di denaro. E benché l'elenco di Homann sia compilato tenendo presente l'avvocatura statunitense, che tutti sappiamo essere profondamente diversa da quella italiana, il pensiero consola solo in parte.

Certo, la figura dell'Azzeccagarbugli viene da lontano anche nelle nostre lande, eppure c'è stato un tempo in cui la professione dell'avvocatura era stimata e onorata.
Se adesso la percezione, persino fra gli stessi colleghi, è arrivata a tanto, viene da chiedersi dove e quando abbiamo perso il filo...


(Bartolo da Sassoferrato)

martedì 26 maggio 2009

L'AVVOCATO DEL TERZO MILLENNIO


Uno dei motivi per cui mi piacciono gli Americani è che sono sempre un passo avanti a tutti.
Mentre in Italia veleggiamo, tutt’oggi, prevalentemente con la forma mentis dell’avvocato rampante stile anni ’80, magnificato dai demenziali cinepanettoni della premiata ditta De Sica-Boldi-Vanzina, già dalla fine degli anni ’90 in USA ha iniziato a circolare una nuova filosofia sulla figura del legale, una filosofia stile ‘New Millenium’. E sono nati gli avvocati olistici.

Si tratta di colleghi che intendono la professione in modo molto diverso da quella impressa nell’immaginario collettivo, cioè quella dello squalo cui interessano solo i soldi, oppure, nella migliore delle ipotesi, quella un po’ rustica dell’Azzeccagarbugli manzoniano.
Gli avvocati olistici si pongono infatti come una sorta di ‘guaritori’ dei conflitti, di risolutori di problemi e dispensatori di consigli utili a superare le diatribe, in cui è vista un’opportunità di crescita per tutte le parti coinvolte, piuttosto che l’ennesimo colpo alle loro coronarie.

Se pensate che si tratti solo di mistica che vi strappa un sorrisetto stiracchiandovi appena i lati della bocca, se vi appare una ‘reverie’ tutta chiacchiere e distintivo, se vi suona come una ‘celestinata’ propagandistica, significa che vi è sfuggita, nel concreto, la nascita di nuove realtà (anche in Italia, si veda il Progetto Conciliamo), che cercano di porsi come alternativa al modello legale classico costituito da due contendenti che – nella persona dei rispettivi legali - si fronteggiano ferocemente e alla fine, non trovando una mediazione perché nessuno vuole cedere di un millimetro, si rivolgono a un terzo super partes (giudice o arbitro), il quale giudicherà in base a una serie di strumenti ‘oggettivi’ (per quanto possa esistere in questa Dimensione una qualsiasi cosa che possa fregiarsi di questo titolo, da cui le virgolette).

Nel caso della conciliazione, la disputa verrà trasferita invece su un terreno in cui il conciliatore (che può anche essere un avvocato con alle spalle apposita formazione), si adopererà con entrambe le parti e i rispettivi legali - in una veste a mezza via fra il consulente e il mediatore - per individuare, grazie a una serie di incontri dedicati, quali siano, anzitutto, i diritti e gli interessi in gioco, così come le alternative e i limiti negoziali. Ma non solo: al di là del caso concreto, questo procedimento può fare emergere le ragioni profonde che spingono le parti in una determinata direzione e per le quali, spesso, la disputa in sé è solo un pretesto per esternare bisogni e disagi più profondi, quasi come un outing psicanalitico.

Non intendo certo paragonare le due associazioni, quella americana e quella italiana, ma sottolineare solo che, alla base, entrambe hanno un’idea in comune che va oltre il granitico e atavico faccia a faccia con cui è stata intesa finora la professione. E che entrambe possono suggerire spunti interessanti per qualsiasi operatore del diritto, in modo da superare una formula che ormai sta stretta ai tribunali, ai clienti e anche a molti giudici e avvocati.

Non so a voi, ma questo volto umano del diritto, questa sorta di psicanalisi legale, questo outing maieutico… “A me” - per parafrasare la pubblicità di un famoso caffè – “me piasce”.


(Bartolo da Sassoferrato)

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giovedì 16 aprile 2009

TU VUO’ FA’ L’AMERICANO…


Leggo con estremo interesse e ammirazione un’offerta di lavoro sul sito di uno Studio legale americano… Non cercano, come succede abitualmente da noi, un praticante, un avvocato con qualche specializzazione particolare, o una segretaria. Cercano invece un Marketing and Creative Development Manager.
Già la qualifica sembra più impressionante di quella della “illustre società ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica” dove lavora di Fantozzi. Ma è il concetto sotteso che ci mostra quanta strada ci sia ancora da fare, in Italia, sotto il profilo imprenditoriale di uno Studio legale.

Vediamo l’annuncio in dettaglio:

Siamo alla ricerca di un manager per lo Sviluppo creativo e di Marketing che aiuti le iniziative e gli sforzi promozionali dello Studio. […] Cerchiamo qualcuno con forti capacità di scrittura ed editing, provvisto di creatività ed eccellenti abilità organizzative e di gestione progettuale. Esperienza pregressa con Studi legali è un valore aggiunto.

Responsabilità:

- gestire e supportare attività di marketing e di sviluppo degli affari (seminari, ricevimento dei clienti, eventi speciali, convegni, presentazioni ecc)
- gestire la programmazione, l’esecuzione e le attività conseguenti ai succitati eventi
- creare e supervisionare la produzione di materiale collaterale dello Studio, incluse brochure, biografie degli avvocati e materiale del sito web
- realizzare comunicati stampa e distribuirli ai media di pertinenza
- supervisionare le campagne pubblicitarie dello Studio, lavorare a contatto coi grafici, rispettare le scadenze, assicurarsi della coerenza dei messaggi trasmessi
- supervisionare lo sviluppo e la promozione di newsletter, annunci, inviti, etc
- gestire gli aspetti di marketing delle relazioni di Studio con reti referenti di Studi legali, compresa la partecipazione a regolari teleconferenze, incontri, conferenze, eventi
- ricercare opportunità per lo Studio legale che comportino la redazione di articoli e ingaggi
a conferenze
- assistere in occasione delle presentazioni ai clienti

Requisiti:

- Diploma di laurea.
- Esperienza nel campo del marketing di almeno 4/6 anni. Un’esperienza nel settore legale costituirà titolo preferenziale
- Abilità di scrittura eccellenti
- Conoscenza di Microsoft PowerPoint, Word, Excel, InDesign
- Comprovata esperienza nella gestione progettuale
- Capacità di lavorare a ritmi serrati e in ambienti diversificati
- Capacità di assumere una direzione da molteplici fonti e di individuare le proprietà
- Abilità comunicative eccellenti e attenzione al dettaglio

Probabilmente, la maggior parte della vecchia guardia degli avvocati italiani si ritrarrà orripilata leggendo l’aggettivo ‘imprenditoriale’ che ho usato in apertura, associato a ‘Studio legale’. Eppure è inutile negarlo: siamo nel 2009, ci troviamo quasi alla fine del primo decennio del Ventunesimo secolo, e anche il lavoro dell’avvocato è cambiato profondamente, che lo si voglia ammettere o no.

Da sempre, la competizione ingenera la volontà di migliorarsi, di offrire qualcosa di diverso e quindi di studiare che cosa si possa offrire di diverso. E di affidare questo compito a degli specialisti sembra il passo conseguente più logico da fare. Perché il connotato di base di uno Studio, bravura e competenza, purtroppo non bastano più, quando esistono altri 1000 studi altrettanto competenti nella stessa area. E non bisogna avere un master in Economia per arrivare ad afferrare questa verità.

Tutto questo gli Americani, che sono da sempre all’avanguardia, lo hanno capito bene. E dal un bel po’ di tempo. Non credo sia un caso che in USA Studio legale si dica ‘law firm’. Firm, cioè ‘ditta, azienda’. E non è che la parola ‘studio’ in lingua inglese non esista, visto che si usa tranquillamente, per esempio, quando i musicisti di recano appunto in studio per registrare un album o per provare i pezzi che eseguiranno in tour.

Noi ci muoviamo invece con un ritardo di almeno 30 anni, ancora convinti che le professioni intellettuali, se si mischiano con l’imprenditoria, si sporcano e diventano qualcosa di immondo.
Eppure le professioni intellettuali sono un lavoro come un altro, perché si esercitano nel mondo REALE e non nell’Iperuranio platonico dove ci si può permettere qualsiasi astrattezza idealistica e dove tutto è più bianco del bianco anche senza Dash.
Ancora adesso gli Ordini, pur avendo ammorbidito le regole deontologiche anche alla luce della legge Bersani (una legge che ha fatto solo una cosa positiva per la categoria, ed è appunto quella di sdoganare la pubblicità), guarda queste pratiche con un sospetto e una diffidenza anacronistiche.

E’ per questo che, di fronte ad annunci di lavoro come quello riportato, persino chi condivide appieno le posizioni americane sorride. Un po’ desolato, ma sorride. Perché questa, nel nostro Paese, sembra ancora pura fantascienza. E allora ci si limita a sognare il giorno in cui questi annunci saranno pane quotidiano anche da noi e non ci facciano più pensare, istintivamente, per associazione di idee, alla famosa canzone di Carosone di cui al titolo di questo post e al simpatico filmato qua sotto...

(Bartolo da Sassoferrato)