Lettori fissi

martedì 26 maggio 2009

L'AVVOCATO DEL TERZO MILLENNIO


Uno dei motivi per cui mi piacciono gli Americani è che sono sempre un passo avanti a tutti.
Mentre in Italia veleggiamo, tutt’oggi, prevalentemente con la forma mentis dell’avvocato rampante stile anni ’80, magnificato dai demenziali cinepanettoni della premiata ditta De Sica-Boldi-Vanzina, già dalla fine degli anni ’90 in USA ha iniziato a circolare una nuova filosofia sulla figura del legale, una filosofia stile ‘New Millenium’. E sono nati gli avvocati olistici.

Si tratta di colleghi che intendono la professione in modo molto diverso da quella impressa nell’immaginario collettivo, cioè quella dello squalo cui interessano solo i soldi, oppure, nella migliore delle ipotesi, quella un po’ rustica dell’Azzeccagarbugli manzoniano.
Gli avvocati olistici si pongono infatti come una sorta di ‘guaritori’ dei conflitti, di risolutori di problemi e dispensatori di consigli utili a superare le diatribe, in cui è vista un’opportunità di crescita per tutte le parti coinvolte, piuttosto che l’ennesimo colpo alle loro coronarie.

Se pensate che si tratti solo di mistica che vi strappa un sorrisetto stiracchiandovi appena i lati della bocca, se vi appare una ‘reverie’ tutta chiacchiere e distintivo, se vi suona come una ‘celestinata’ propagandistica, significa che vi è sfuggita, nel concreto, la nascita di nuove realtà (anche in Italia, si veda il Progetto Conciliamo), che cercano di porsi come alternativa al modello legale classico costituito da due contendenti che – nella persona dei rispettivi legali - si fronteggiano ferocemente e alla fine, non trovando una mediazione perché nessuno vuole cedere di un millimetro, si rivolgono a un terzo super partes (giudice o arbitro), il quale giudicherà in base a una serie di strumenti ‘oggettivi’ (per quanto possa esistere in questa Dimensione una qualsiasi cosa che possa fregiarsi di questo titolo, da cui le virgolette).

Nel caso della conciliazione, la disputa verrà trasferita invece su un terreno in cui il conciliatore (che può anche essere un avvocato con alle spalle apposita formazione), si adopererà con entrambe le parti e i rispettivi legali - in una veste a mezza via fra il consulente e il mediatore - per individuare, grazie a una serie di incontri dedicati, quali siano, anzitutto, i diritti e gli interessi in gioco, così come le alternative e i limiti negoziali. Ma non solo: al di là del caso concreto, questo procedimento può fare emergere le ragioni profonde che spingono le parti in una determinata direzione e per le quali, spesso, la disputa in sé è solo un pretesto per esternare bisogni e disagi più profondi, quasi come un outing psicanalitico.

Non intendo certo paragonare le due associazioni, quella americana e quella italiana, ma sottolineare solo che, alla base, entrambe hanno un’idea in comune che va oltre il granitico e atavico faccia a faccia con cui è stata intesa finora la professione. E che entrambe possono suggerire spunti interessanti per qualsiasi operatore del diritto, in modo da superare una formula che ormai sta stretta ai tribunali, ai clienti e anche a molti giudici e avvocati.

Non so a voi, ma questo volto umano del diritto, questa sorta di psicanalisi legale, questo outing maieutico… “A me” - per parafrasare la pubblicità di un famoso caffè – “me piasce”.


(Bartolo da Sassoferrato)

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giovedì 7 maggio 2009

LA CREATRICE DI SECOND LIFE CITATA PER VIOLAZIONE DI MARCHIO


Non è la prima disputa sulla proprietà intellettuale che da Second Life si trasferisce nel mondo reale. La prima risale infatti al 2007 a proposito del software per gli ‘eros bed’,

Tuttavia è la prima volta che la stessa Linden Labs, creatrice di questo metamondo, viene citata in giudizio. E’ stata la Taser International Inc., una società di che produce beni per la difesa personale, per le forze armate e di polizia e per le strutture mediche, a fare causa per violazione del proprio marchio.
L’attrice contesta alla convenuta l’uso non autorizzato di versioni virtuali delle proprie pistole a stordimento elettrico, chiedendo un ristoro del danno pari a 75.000 dollari.

Taser sostiene che la vendita delle repliche virtuali danneggi la reputazione della società e dunque le vendite reali delle armi da essa prodotte. La prima contestazione è mossa sulla base dell’associazione fra sesso virtuale e uso di droga che avviene all’interno del gioco di ruolo The Crack Den, dove pare siano appunto vendute anche le pistole virtuali in questione.
La causa verrà dibattuta prossimamente nel Distretto di Phoenix dal giudice Roslyn O. Silver.

(Bartolo da Sassoferrato)

giovedì 16 aprile 2009

TU VUO’ FA’ L’AMERICANO…


Leggo con estremo interesse e ammirazione un’offerta di lavoro sul sito di uno Studio legale americano… Non cercano, come succede abitualmente da noi, un praticante, un avvocato con qualche specializzazione particolare, o una segretaria. Cercano invece un Marketing and Creative Development Manager.
Già la qualifica sembra più impressionante di quella della “illustre società ItalPetrolCemeTermoTessilFarmoMetalChimica” dove lavora di Fantozzi. Ma è il concetto sotteso che ci mostra quanta strada ci sia ancora da fare, in Italia, sotto il profilo imprenditoriale di uno Studio legale.

Vediamo l’annuncio in dettaglio:

Siamo alla ricerca di un manager per lo Sviluppo creativo e di Marketing che aiuti le iniziative e gli sforzi promozionali dello Studio. […] Cerchiamo qualcuno con forti capacità di scrittura ed editing, provvisto di creatività ed eccellenti abilità organizzative e di gestione progettuale. Esperienza pregressa con Studi legali è un valore aggiunto.

Responsabilità:

- gestire e supportare attività di marketing e di sviluppo degli affari (seminari, ricevimento dei clienti, eventi speciali, convegni, presentazioni ecc)
- gestire la programmazione, l’esecuzione e le attività conseguenti ai succitati eventi
- creare e supervisionare la produzione di materiale collaterale dello Studio, incluse brochure, biografie degli avvocati e materiale del sito web
- realizzare comunicati stampa e distribuirli ai media di pertinenza
- supervisionare le campagne pubblicitarie dello Studio, lavorare a contatto coi grafici, rispettare le scadenze, assicurarsi della coerenza dei messaggi trasmessi
- supervisionare lo sviluppo e la promozione di newsletter, annunci, inviti, etc
- gestire gli aspetti di marketing delle relazioni di Studio con reti referenti di Studi legali, compresa la partecipazione a regolari teleconferenze, incontri, conferenze, eventi
- ricercare opportunità per lo Studio legale che comportino la redazione di articoli e ingaggi
a conferenze
- assistere in occasione delle presentazioni ai clienti

Requisiti:

- Diploma di laurea.
- Esperienza nel campo del marketing di almeno 4/6 anni. Un’esperienza nel settore legale costituirà titolo preferenziale
- Abilità di scrittura eccellenti
- Conoscenza di Microsoft PowerPoint, Word, Excel, InDesign
- Comprovata esperienza nella gestione progettuale
- Capacità di lavorare a ritmi serrati e in ambienti diversificati
- Capacità di assumere una direzione da molteplici fonti e di individuare le proprietà
- Abilità comunicative eccellenti e attenzione al dettaglio

Probabilmente, la maggior parte della vecchia guardia degli avvocati italiani si ritrarrà orripilata leggendo l’aggettivo ‘imprenditoriale’ che ho usato in apertura, associato a ‘Studio legale’. Eppure è inutile negarlo: siamo nel 2009, ci troviamo quasi alla fine del primo decennio del Ventunesimo secolo, e anche il lavoro dell’avvocato è cambiato profondamente, che lo si voglia ammettere o no.

Da sempre, la competizione ingenera la volontà di migliorarsi, di offrire qualcosa di diverso e quindi di studiare che cosa si possa offrire di diverso. E di affidare questo compito a degli specialisti sembra il passo conseguente più logico da fare. Perché il connotato di base di uno Studio, bravura e competenza, purtroppo non bastano più, quando esistono altri 1000 studi altrettanto competenti nella stessa area. E non bisogna avere un master in Economia per arrivare ad afferrare questa verità.

Tutto questo gli Americani, che sono da sempre all’avanguardia, lo hanno capito bene. E dal un bel po’ di tempo. Non credo sia un caso che in USA Studio legale si dica ‘law firm’. Firm, cioè ‘ditta, azienda’. E non è che la parola ‘studio’ in lingua inglese non esista, visto che si usa tranquillamente, per esempio, quando i musicisti di recano appunto in studio per registrare un album o per provare i pezzi che eseguiranno in tour.

Noi ci muoviamo invece con un ritardo di almeno 30 anni, ancora convinti che le professioni intellettuali, se si mischiano con l’imprenditoria, si sporcano e diventano qualcosa di immondo.
Eppure le professioni intellettuali sono un lavoro come un altro, perché si esercitano nel mondo REALE e non nell’Iperuranio platonico dove ci si può permettere qualsiasi astrattezza idealistica e dove tutto è più bianco del bianco anche senza Dash.
Ancora adesso gli Ordini, pur avendo ammorbidito le regole deontologiche anche alla luce della legge Bersani (una legge che ha fatto solo una cosa positiva per la categoria, ed è appunto quella di sdoganare la pubblicità), guarda queste pratiche con un sospetto e una diffidenza anacronistiche.

E’ per questo che, di fronte ad annunci di lavoro come quello riportato, persino chi condivide appieno le posizioni americane sorride. Un po’ desolato, ma sorride. Perché questa, nel nostro Paese, sembra ancora pura fantascienza. E allora ci si limita a sognare il giorno in cui questi annunci saranno pane quotidiano anche da noi e non ci facciano più pensare, istintivamente, per associazione di idee, alla famosa canzone di Carosone di cui al titolo di questo post e al simpatico filmato qua sotto...

(Bartolo da Sassoferrato)